Tutto deve crollare

l'universo è di vetro
venerdì, 13 novembre 2009

SULL'IMMORALITA' DI GESU'

Con tutto questo gran parlare del crocifisso mi e' tornato in mente il primo miracolo di Gesu', segno inequivocabile della sua degenerazione.

Il fatto si svolse a Cana, in Galilea, dove Maria e Gesu' erano stati invitati a un matrimonio (per la verita' la citta' di Cana non e' mai esistita ma voglio andare incontro a chi sostiene che sia solo un nome con valenza teologica e simbolica piu' che storica).

Bene. Ci fu una grande festa, si ubriacarono tutti come bestie, probabilmente scimmie, e ben presto il vino fini'. Allora Maria allargo' le braccia in segno di sconforto e rivolse lo sguardo al figlio, come a dirgli: "pensaci tu".

Quello disse: "ok mamma non preoccuparti" e ordino' che venissero riempite d'acqua delle enormi giare di pietra. E oooooh, l' acqua si trasformo' in vino.

E allora tutti continuarono a far festa e a bere, e sebbene nessun evangelista abbia saputo conteggiare il numero delle giare riempite e poi svuotate (probabilmente erano deboli in matematica quanto il loro messia per le lettere, non avendo questi lasciato niente di scritto) mi piace immaginare che gli invitati siano tornati a casa storti, magari vomitando qua e la' lungo il tragitto, bestemmiando l'unico dio come spesso si fa da ubriachi, dando legnate a mogli e figli tutta la notte.

Bravo Gesu'. Cosi' si fa. Bel miracolo.

 
postato da cloubar alle ore 16:03 | Permalink | commenti / commenti (pop-up)
categoria:


mercoledì, 11 novembre 2009

C'ERA UNA VOLTA IL MURO

A vent'anni dalla caduta del muro di Berlino e dalla morte del comunismo puo' essere simpatico tornare a leggere il discorso di autodifesa di Erich Honecker, segretario del Partito Socialista Unificato di Germania dal 1971 al 1989 e leader politico della Repubblica Democratica Tedesca, pronunciato davanti al Tribunale di Berlino dopo la sua estradizione da Mosca. E' un pezzo lungo e a volte necessariamente noioso, ma interessante. A me sembra.

Difendendomi dall’accusa manifestamente infondata di omicidio non intendo certo attribuire a questo Tribunale e a questo procedimento penale l’apparenza della legalità. La difesa del resto non servirebbe a niente, anche perchè non vivrò abbastanza per ascoltare la vostra sentenza. La condanna che evidentemente mi volete infliggere non mi potrà più raggiungere. Ora tutti lo sanno. Basterebbe questo a dimostrare che il processo e’ una farsa. E’ una messa in scena politica.

Nessuno nelle regioni occidentali della Germania, compresa la città di prima linea di Berlino Ovest, ha il diritto di portare sul banco degli accusati o addirittura condannare i miei compagni coimputati, me o qualsiasi altro cittadino della RDT, per azioni compiute nell’adempimento dei doveri emananti dallo Stato RDT.
 
Se parlo in questa sede, lo faccio solo per rendere testimonianza alle idee del socialismo e per un giudizio moralmente e politicamente corretto di quella Repubblica Democratica Tedesca che più di cento stati avevano riconosciuto in termini di diritto internazionale. Questa Repubblica, che ora la RFT chiama Stato illegale e ingiusto, è stata membro del Consiglio di Sicurezza dell’ O.N.U., che per qualche tempo ha anche presieduto, e ha presieduto per un periodo la stessa l’Assemblea generale. Non mi aspetto certo da questo processo e da questo Tribunale un giudizio politicamente e moralmente corretto della RDT, ma colgo l’occasione di questa messa in scena politica per far conoscere ai miei concittadini la mia posizione.
 
La situazione in cui mi trovo con questo processo non è un fatto straordinario. Lo Stato di diritto tedesco ha già perseguitato e condannato Karl Marx, August Bebel, Karl Liebknecht e tanti altri socialisti e comunisti. Il terzo Reich, servendosi dei giudici ereditati dallo Stato di diritto di Weimar portò avanti quest’opera in molti processi, uno dei quali io stesso ho vissuto in qualità di imputato. Dopo la sconfitta del fascismo tedesco e dello Stato hitleriano, la RFT non ha avuto bisogno di cercarsi nuovi procuratori della repubblica e nuovi giudici per riprendere a perseguitare penalmente in massa i comunisti, togliendo loro il lavoro e il pane nei tribunali del lavoro, allontanandoli dagli impieghi pubblici tramite i tribunali amministrativi o perseguitandoli in altri modi. Ora capita a noi quello che ai nostri compagni della Germania occidentale era già capitato negli anni ‘50. Da circa 190 anni è sempre lo stesso arbitrio che si ripete. Lo Stato di diritto della Repubblica Federale Tedesca non è uno stato di diritto ma uno stato delle destre [gioco di parole in tedesco, N.d.T.].
 
Per questo processo, come per altri in cui altri cittadini della RDT vengono perseguitati per la loro contiguità col sistema di fronte ai tribunali penali o del lavoro, sociali o amministrativi, c’è un argomento principe che viene usato. Politici e giuristi sostengono: dobbiamo condannare i comunisti perchè non lo abbiamo fatto con i nazisti. Questa volta dobbiamo fare i conti con il nostro passato. A molti sembra un ragionamento ovvio, ma in realtà è totalmente falso. La verità è che la giustizia tedesco-occidentale non poteva punire i nazisti perchè i giudici e i procuratori della repubblica non potevano punire se stessi. La verità è che questa giustizia della Germania Federale deve il suo attuale livello, comunque lo si voglia giudicare, ai nazisti di cui ha assunto l’eredità. La verità è che i comunisti e i cittadini della RDT vengono perseguitati oggi per le stesse ragioni per cui sono sempre stati perseguitati in Germania. Solo nei 40 anni di esistenza della RDT le cose sono andate in senso opposto. E’ con questo spiacevole inconveniente che bisogna ora fare i conti. Il tutto naturalmente nel pieno rispetto del diritto. La politica non c’entra assolutamente niente!
 
I giuristi più eminenti di questo paese, tanto dei partiti di maggioranza che della SPD, giurano che il nostro processo altro non è che un normale processo penale, non un processo politico, non una messa in scena. Vengono arrestati i membri di uno dei più alti organismi statali del paese confinante e si dice che però la politica non c’entra niente. Si contestano ai generali della contrapposta alleanza militare le decisioni prese, ma si sostiene che la politica non c’entra niente. Quelle stesse personalità che ieri venivano ricevute con tutti gli onori come ospiti di stato e interlocutori degli sforzi congiunti per impedire che potesse mai più scaturire una guerra dal suolo tedesco, vengono oggi etichettate come criminali. Ma anche questo non avrebbe niente a che fare con la politica.
 
Si mettono sotto accusa i comunisti, che da quando sono apparsi sulla scena politica sono sempre stati perseguitati, ma nella RFT oggi tutto ciò non avrebbe niente a che fare con la politica.
 
Per me e, credo, per chiunque non sia prevenuto, è evidente che questo processo è politico come solo può esserlo un processo contro la dirigenza politica e militare della RDT. Chi lo nega non sbaglia, chi lo nega mente. Mente per ingannare ancora una volta il popolo. Con questo processo si fa proprio ciò di cui noi veniamo accusati: ci si sbarazza degli avversari politici con i mezzi del diritto penale. Ma naturalmente tutto avviene secondo la legge.
 
Anche altre circostanze mostrano senza ombra di dubbio che con questo processo si perseguono fini politici. Come mai il cancelliere federale, come mai il signor Kinkel, già capo dei servizi segreti, poi ministro della giustizia e infine ministro degli esteri della RFT si sono tanto impegnati per riportarmi a qualsiasi costo in Germania e rinchiudermi nel carcere di Moabit dove sono già stato sotto Hitler? Come mai il cancelliere ha lasciato che io volassi a Mosca per poi far pressioni su Mosca e sul Cile perché mi consegnassero, contro ogni principio del diritto internazionale? Come mai i medici russi che avevano fatto la diagnosi giusta al primo esame l’hanno poi dovuta falsificare? Come mai io e i miei compagni, che di salute non stanno tanto meglio di me, veniamo trascinati di fronte al popolo come facevano anticamente gli imperatori romani con i loro avversari prigionieri?


Non so se tutto questo abbia una spiegazione razionale. Forse si conferma il detto antico che coloro che Dio vuole perdere prima li acceca. Una cosa comunque è chiara, ed è che tutti quegli uomini politici che un tempo mi chiedevano udienza ed erano felici di potermi a loro volta ricevere, non usciranno indenni da questo processo. Anche i bambini in Germania sapevano che degli uomini erano stati uccisi al muro e che tra i politici viventi il massimo responsabile del muro ero io, presidente del Consiglio Nazionale della Difesa (CND), segretario generale, presidente del Consiglio di Stato della RDT. Non ci sono perciò che due sole possibilità: la prima è che i signori politici della RFT abbiano coscientemente, liberamente e persino avidamente cercato di avere rapporti con un assassino. La seconda è che essi coscientemente e con soddisfazione lasciano adesso che un innocente venga incolpato di omicidio. Di queste due possibilità nessuna torna a loro onore. Una terza possibilità non c’è. Ma chi accetta un dilemma di questo genere e risulta perciò comunque, tanto in un caso come nell’altro, una persona priva di carattere, o è cieco oppure persegue altri fini che gli premono più del proprio onore.
 
Ammettiamo pure che nè’ il signor Kohl, nè il signor Kinkel, nè gli altri signori ministri e dirigenti di partito della Repubblica Federale Tedesca siano ciechi (cosa che non mi sento affatto di escludere). Rimane, come scopo politico di questo processo, la volontà di discreditare totalmente la RDT e con essa il socialismo in Germania. Il crollo della RDT e del socialismo in Germania e in Europa evidentemente ancora non gli basta. Devono eliminare tutto ciò che può far apparire questo periodo in cui gli operai e i contadini hanno governato in una luce diversa da quella della perversione e del delitto. La vittoria dell’economia di mercato (come chiamano oggi eufemisticamente il capitalismo) deve essere assoluta, e così la sconfitta del socialismo. Si vuole fare in modo, come diceva Hitler prima di Stalingrado, che quel nemico non si rialzi mai più. I capitalisti tedeschi in effetti hanno sempre avuto un’inclinazione per l’assoluto.
 
Questa finalità del processo, questa volontà di uccidere ancora una volta il socialismo già dato per morto, mostra quale sia il giudizio che il signor Kohl, il governo e anche l’opposizione della RFT danno della situazione. Il capitalismo ha vinto economicamente scavandosi la fossa, cosi come aveva fatto Hitler vincendo militarmente. In tutto il mondo il capitalismo è entrato in una crisi priva di sbocchi. Non gli è rimasta altra scelta che sprofondare in un caos ecologico e sociale oppure accettare la rinuncia alla proprietà privata dei mezzi di produzione e quindi il socialismo. Ambedue le alternative significano la sua fine. Ma per i potenti della Repubblica Federale Tedesca il pericolo più grave è chiaramente il socialismo. E questo processo deve servire a prevenirlo, così come deve servire a prevenirlo tutta la campagna contro la ormai scomparsa RDT, che deve essere marchiata come stato ingiusto e illegale.
 
Tutti i casi di morte per ragioni non naturali nel nostro paese ci hanno sempre colpito. Le uccisioni al muro non solo ci hanno colpito umanamente, ma ci hanno anche danneggiati politicamente. Più di ogni altro io porto dal maggio 1971 il peso della responsabilità politica del fatto che si è sparato, in base alle disposizioni sull’uso delle armi da fuoco, contro chi cercava di attraversare senza autorizzazione il confine tra la RDT e la RFT, tra il Patto di Varsavia e la NATO. E’ una pesante responsabilità, certo. Dirò più avanti perché me la sono assunta. Ma ora, in sede di definizione di quella che è la finalità politica di questo processo, non posso fare a meno di sottolineare anche il tipo di mezzi che vengono utilizzati per cercare di raggiungere il fine di diffamare la RDT. I mezzi utilizzati sono i morti al muro. Questi morti devono servire e servono a rendere appetibile ai media questo processo, come altri in precedenza. Tra i morti mancano però le guardie di confine della RDT assassinate. Abbiamo già visto, e soprattutto voi avete già visto, come le immagini dei morti siano state oggetto di mercato, senza rispetto per la pietà e la decenza. Questi sono i mezzi con cui si fa politica e si crea il giusto clima. Così si usano, anzi cosi si abusa dei morti nella lotta che i padroni conducono per mantenere la proprietà capitalistica. Perchè di questo e niente altro si tratta nella lotta contro il socialismo. I morti servono a mostrare quanto la RDT e il socialismo fossero inumani e anche a sviare l’attenzione dalla miseria del presente e dalle vittime dell’economia di mercato. Tutto ciò viene fatto democraticamente, legalmente, cristianamente, umanamente e per il bene del popolo tedesco.
 

Povera Germania!
 
E ora entriamo nel merito. I procuratori della città di prima linea ci accusano di omicidio come criminali comuni. Dato che personalmente non abbiamo ammazzato nessuna delle 68 persone la cui morte ci viene contestata nell’accusa, e dato che evidentemente non abbiamo nemmeno ordinato in precedenza che fossero uccisi, ne abbiamo in qualche modo provocato la loro morte, ecco che l’accusa, a pagina 9, mi contesta letteralmente:
 
« è... di aver ordinato, in qualità di segretario del Consiglio Nazionale della Difesa e responsabile dei problemi della sicurezza del CC della SED, di rafforzare le opere di confine intorno a Berlino (ovest) e gli sbarramenti di confine con la RFT per rendere impossibile il passaggio ».
 
Più avanti l’accusa mi contesta di aver partecipato in 17 sedute del CND dal 29/1l/1961 all’ 1/7/1983 alle decisioni di:
 
« costruire ulteriori sbarramenti di mine a strappo (dove la parola “ulteriori” fa capire che le forze armate sovietiche avevano già installato questi sbarramenti); migliorare il sistema di sicurezza del confine e l’addestramento all’uso delle armi da parte delle guardie confinarie; impedire gli sconfinamenti».
 
Mi si contesta inoltre di «aver dichiarato il 3/5 1974 che bisognava far ricorso senza scrupoli alle armi da fuoco» (cosa peraltro non vera) e infine di «aver votato a favore del progetto di legge confinaria entrato in vigore il 1° maggio l982».
 
Le accuse contro di me, o contro di noi, si riferiscono dunque a decreti del Consiglio Nazionale della Difesa, decreti di un organo costituzionale della RDT. Oggetto del procedimento è dunque la politica della RDT, sono le decisioni prese dal CND per difendere e preservare la RDT come Stato. Questo procedimento serve a criminalizzare questa politica. La RDT deve essere marchiata come Stato illegale e ingiusto e tutti coloro che l’hanno servita devono essere bollati come criminali. La persecuzione contro decine di migliaia ed eventualmente centinaia di migliaia di cittadini della RDT, di cui già parla la procura: questo è il vero scopo di questo procedimento, preparato da processi-pilota contro guardie di confine e accompagnato da innumerevoli altri procedimenti giudiziari discriminatori dei cittadini della RDT, condotti di fronte a tribunali civili, sociali, del lavoro o amministrativi, nonché da moltissimi atti amministrativi. Non è in gioco dunque solamente la mia persona o quella degli alai imputati di questo processo. E’ in gioco molto di più. E’ in gioco il futuro della Germania e dell’Europa, anzi del mondo che, con la fine della guerra fredda e con la nuova mentalità, sembrava dovesse entrare in una fase tanto positiva. Qui non solo si prosegue la guerra fredda, ma si vogliono gettare le fondamenta di un’Europa dei ricchi. L’idea della giustizia sociale deve essere soffocata una volta per tutte. Bollarci come assassini serve a questo.
 
Io sono l’ultimo a oppormi a norme morali e legali che servano a giudicare e anche condannare gli uomini politici. Ma tre condizioni devono essere soddisfatte:
 
Le norme devono essere formulate esattamente in precedenza.
Esse devono valere allo stesso modo per tutti gli uomini politici.
La sentenza deve essere pronunciata da un tribunale al di sopra delle parti, un tribunale dunque che non deve essere composto né da amici né da nemici degli accusati.
 
Mi sembra che si tratti di condizioni ovvie, eppure nel mondo attuale non mi sembra che possano ancora essere soddisfatte. Se voi oggi sedete in giudizio contro di noi, lo fate come tribunale dei vincitori contro i vinti. Questo fatto é espressione dei rapporti di forza reali, ma non può pretendere validità giuridica né costituire un atto di giustizia.
 
Basterebbero questi argomenti a dimostrare l’illegalità dell’accusa. Ma poiché non ci sottraiamo al confronto neanche nel particolare, voglio dire io quel che l’accusa, o per malafede o per cecità, non dice.
 
Abbiamo già citato le parole con cui l’accusa inizia l’enumerazione cronologica dei fatti che ci vengono contestati:
 
« I1 12 agosto 1961 l’imputato Honecker, in qualità di segretario del CND e responsabile dei problemi della sicurezza del CC della SED ordinava di rafforzare le opere di confine intorno a Berlino (ovest) e gli sbarramenti di confine con la RFT per rendere impossibile il passaggio ».
 
Questo modo di vedere la storia è assai eloquente. Il responsabile dei problemi della sicurezza del CC della SED nel 1961 dava disposizioni su un fatto che poteva cambiare la storia del mondo! Qui si supera anche l’autoironia dei cittadini della RDT che chiamavano il loro paese «la più grande RDT del mondo». Va bene che oggi Enno von Löwenstein cerca di ingigantire la RDT per dare così più valore alla vittoria della RFT, ma neanche quest’ala destra del giornalismo politico tedesco riesce a fare della RDT una grande potenza mondiale. Questo rimane prerogativa dell’«autorità più obiettiva del mondo», la procura della repubblica. Ciascuno è padrone di rendersi ridicolo di fronte alla storia a proprio piacimento. Ma in ogni caso la costruzione del muro fu decisa a Mosca il 5/8/1961 in una riunione degli Stati del Patto di Varsavia. In quella alleanza tra i paesi socialisti la RDT era un membro importante, ma non la potenza guida. Questo il tribunale lo potrebbe dare per assodato senza bisogno di dimostrazione.
 
Dato che noi; come già ha detto Endash; di persona non abbiamo ammazzato nessuno, né abbiamo direttamente ordinato di ammazzare nessuno, l’azione omicida viene ravvisata nella costruzione del muro, nell’averlo tenuto in piedi e nell’imposizione del divieto di lasciare la RDT senza autorizzazione statale. E naturalmente questo non c’entrerebbe affatto con la politica. Così almeno sostiene la giurisprudenza tedesca. Ma non potrà sostenerlo di fronte alla storia o al raziocinio umano. Non farà altro che tradire ancora una volta le sue origini e mostrare di quale spirito sia figlia e dove stia andando la Germania.
 
Tutti noi che avevamo a quell’epoca responsabilità di governo nei paesi del Patto di Varsavia prendemmo quella decisione politica collettivamente. Non lo dico per scaricarmi dalle mie responsabilità attribuendole ad altri; lo dico soltanto perché così è stato e non altrimenti e io sono convinto che quella decisione di allora, del 1961, fosse giusta e tale sarebbe rimasta finché non fosse terminato lo scontro tra USA e URSS. Quella decisione politica e i convincimenti che la dettarono costituiscono appunto l’oggetto di questo processo. Bisogna essere ciechi o chiudere consapevolmente gli occhi davanti agli avvenimenti del passato per non riconoscere che questo è un processo politico dei vinti contro i vincitori, per non capire che esso significa deformare la storia per motivazioni di ordine politico. Voi ritenete che quella decisione politica fosse sbagliata e considerate me e i miei compagni responsabili penalmente per i morti ammazzati al muro. Ebbene io vi dico che la decisione che voi ritenete giusta avrebbe causato migliaia o milioni di morti. Di questo ero e sono tuttora convinto e credo ne siano convinti anche i miei compagni. è per questa convinzione politica che ci troviamo qui davanti a voi. E voi ci condannerete perché avete un’opinione politica diversa dalla nostra.
 
Come e perché si sia giunti alla costruzione del muro non sembra che interessi la pubblica accusa. Su questo l’accusa non spende una parola. Cause e circostanze vengono del tutto ignorate, la catena degli avvenimenti storici viene arbitrariamente spezzata. Erich Honecker ha costruito e tenuto in piedi il muro. Stop. Questa é la rappresentazione semplicistica che i giuristi tedeschi riescono a dare della storia. Quel che gli interessa é che i comunisti siano bollati da criminali e come tali condannati. I tedeschi in realtà sono perfettamente in grado di sapere come si è arrivati al muro e conoscere le ragioni per cui al muro si è sparato. Ma poiché l’accusa si comporta come se costruire muri e farvi ammazzare la gente fosse una caratteristica peculiare del socialismo e come se singoli «delinquenti» come me e i miei compagni ne portassero intera la responsabilità, mi vedo costretto, pur non essendo uno storico, a riassumere la storia che ha portato al muro.
 
Le sue origini si spingono lontano. Ci riportano alla formazione del capitalismo e del proletariato. Ma l’inizio immediato della tragedia dell’ultima fase della storia tedesca si situa nell’anno 1933. In quell’anno, com’è noto, molti tedeschi votarono in libere elezioni per il partito nazista e il presidente Hindenburg, che era stato eletto altrettanto liberamente nel 1932, investi democraticamente Adolf Hitler delle funzioni di capo del governo. Subito dopo i predecessori politici degli attuali partiti dominanti, con l’eccezione della SPD, votarono i pieni poteri, dando a Hitler poteri assoluti dittatoriali. Solo i comunisti prima di quelle elezioni avevano detto: «chi vota Hindenburg vota Hitler, chi vota Hitler vota per la guerra». Al momento del voto per i pieni poteri i deputati comunisti erano già stati allontanati dal Reichstag, molti comunisti erano stati arrestati o vivevano in clandestinità. Già allora la messa fuori legge dei comunisti fu il segnale della fine della democrazia in Germania.
 
Non appena Hitler fu messo a capo del governo, la Germania conobbe il suo primo miracolo economico. La disoccupazione era vinta; i titoli Volkswagen andavano bene e l’animo ardente del popolo portava a scacciare e assassinare gli ebrei. Il popolo tedesco in maggioranza era felice e contento.
 
Quando scoppiò la seconda guerra mondiale e le fanfare annunciavano le guerre lampo contro Polonia, Norvegia, Danimarca, Belgio, Olanda, Lussemburgo, Francia, Jugoslavia, Grecia, l’entusiasmo non conobbe più confini. I cuori di quasi tutti i tedeschi battevano all’unisono con il loro cancelliere, il più grande duce di tutti i tempi. Nessuno immaginava che l’impero millenario sarebbe durato solo 12 anni.
 
Quando nel 1945 tutto fu ridotto in macerie, la Germania non si trovò padrona del mondo, come prediceva una ben nota canzone nazista, ma totalmente dominata dagli alleati. La Germania fu divisa in quattro zone. Non c’era assolutamente libertà di trasferirsi da una zona all’altra. Nemmeno per gli emigrati tedeschi che, come Gerhart Eisler, volevano ritornare in Germania dagli USA.
 
Negli USA c’erano piani (per esempio il piano Morgenthau) che prevedevano la divisione perpetua della Germania in vari stati. Proprio in risposta a questi piani Stalin pronunciò le famose parole: «Gli Hitler vengono e vanno, il popolo tedesco e lo Stato tedesco rimangono». Ma l’unità della Germania, che a quel tempo l’URSS voleva fosse mantenuta, non si realizzò. Per effetto della guerra fredda proclamata dagli USA nel 1947, la Germania; con l’accorpamento di due e poi di tre zone, con la riforma monetaria, infine con la costituzione nel maggio 1949 della RFT; fu divisa per un lungo periodo in due parti. Come si vede dalla successione temporale, questa divisione non fu opera dei comunisti, ma degli alleati occidentali e di Konrad Adenauer. La costituzione della RDT seguì in un secondo tempo e fu la conseguenza logica della costituzione della RFT. Ormai si erano formati due diversi Stati tedeschi. Ma la RFT non aveva nessuna intenzione di riconoscere la RDT e stabilire con essa rapporti pacifici. La RFT pretendeva anzi di essere l’unica rappresentante di tutta la Germania e di tutti i tedeschi. Con l’aiuto degli alleati proclamò un embargo economico e cercò per quella via di isolare la RDT economicamente e politicamente. Una politica di aggressione senza guerra: così si può definire la linea seguita dalla RFT nei confronti della RDT. Questa fu la forma che la guerra fredda assunse sul suolo tedesco.
 
Fu questa politica che portò al muro.
 
Dopo l’ingresso della RFT nella NATO, la RDT aderì al Patto di Varsavia. I due Stati tedeschi si fronteggiarono così come Stati membri di alleanze militari ostili.
 
La RFT era più forte della RDT sotto diversi aspetti: per numero di abitanti, potenza economica, legami politici ed economici. Grazie al piano Marshall e al pagamento di minori riparazioni dovette inoltre sopportare le conseguenze della guerra in misura ridotta. La RFT disponeva di maggiori ricchezze naturali e di un territorio più ampio. Essa sfruttò questa molteplice superiorità in tutti i modi, ma soprattutto promettendo ai cittadini della RDT vantaggi materiali se abbandonavano il loro paese. Molti cittadini della RDT non resistettero a questa tentazione e fecero quello che i politici della RFT si aspettavano che facessero: “votarono con i piedi”. Il successo economico esercitò un’attrazione fatale sui tedeschi dopo il 1945 non meno di quanto era accaduto dopo il 1933.
 
La RDT e gli Stati alleati del Patto di Varsavia vennero a trovarsi in una situazione difficile. La politica del roll back sembrava coronata da successo in Germania. La NATO si accingeva ad estendere la sua area di influenza fino all’Oder.
 
Questa politica produsse nel 1961 una situazione di tensione in Germania che metteva in pericolo la pace mondiale. L’umanità si trovò sull’orlo di una guerra atomica. Questa era la situazione quando gli Stati del Patto di Varsavia decisero la costruzione del muro. Nessuno prese quella decisione a cuor leggero. Perché divideva le famiglie, ma anche perché era il segno di una debolezza politica ed economica del Patto di Varsavia rispetto alla NATO che poteva essere compensata solo con mezzi militari.
 
Politici eminenti fuori della Germania, ma anche nella RFT, riconobbero dopo il 1961 che la costruzione del muro aveva diminuito la tensione nel mondo.
 
Franz Josef Strauss scrisse nelle sue memorie: «Con la costruzione del muro la crisi, in modo certo non positivo per i tedeschi, poteva però dirsi non solo sotto controllo ma effettivamente chiusa» (pag. 390). In precedenza Strauss aveva parlato dei piani di bombardamento atomico del territorio della RDT (pag. 388).
 
Io credo che non ci sarebbero stati nè il Trattato Fondamentale [trattato che regolava i rapporti tra le due Germanie concluso nel dicembre 1972, N.d.T.], nè Helsinki, ne l’unità della Germania se in quel momento non fosse stato costruito il muro o se esso fosse stato abbattuto prima della fine della guerra fredda. Penso perciò che approvando la costruzione del muro e mantenendo poi quella posizione nè io nè i miei compagni ci siamo macchiati di alcuna colpa, non solo dal punto di vista del diritto, ma neanche da un punto di vista morale e politico.
 
Rispetto alla storia della Germania è certo solo una nota marginale, ma è il caso di notare che adesso molti tedeschi sia dell’ovest che dell’est vedrebbero volentieri una riedizione del muro.
 
Ma ci si deve anche chiedere che cosa sarebbe successo se avessimo agito come l’accusa dà per scontato che avremmo dovuto fare. Cioè se non avessimo eretto il muro, se avessimo consentito a chiunque di lasciare la RDT, segnando così spontaneamente la resa della RDT già nel 1961. Non c’è bisogno di particolare fantasia per capire quali effetti avrebbe prodotto una politica siffatta. Basta considerare quel che è successo nel 1956 in Ungheria e nel 1968 nella Repubblica Socialista Cecoslovacca. Le truppe sovietiche, che tra l’altro erano già presenti, sarebbero intervenute anche nella RDT nel 1961, esattamente come avevano fatto negli altri paesi. Anche in Polonia Jaruzelski proclamò lo stato di emergenza nel 1981 per impedire un intervento di quel tipo.
 
L’acutizzazione della crisi che avremmo provocato se ci fossimo attenuti al modello che l’accusa ritiene essere l’unico politicamente, moralmente e giuridicamente fondato avrebbe comportato il rischio di una terza guerra mondiale. Noi non abbiamo voluto e non potevamo correre questo rischio. Se questo per voi è un crimine pronuncerete voi stessi la vostra condanna di fronte alla storia con la vostra sentenza. Ma questo importerebbe poco. Quel che più importa è che la vostra sentenza costituirà un segnale per riproporre le vecchie contrapposizioni anziché ricucirle. In presenza del pericolo di un collasso ecologico del mondo, voi riproponete la vecchia strategia di classe degli anni ‘30 e la politica di potenza tipica della Germania fin dai tempi del cancelliere di ferro.
 
Se ci condannerete per le nostre decisioni politiche del 1961; e io penso che lo farete; la vostra sentenza sarà non solo priva di ogni fondamento giuridico, non solo emessa da un tribunale di parte, ma anche una sentenza che ignora totalmente consuetudini politiche e comportamenti di quegli stessi paesi che godono del vostro massimo rispetto come Stati di diritto. In questo contesto non voglio certo, nè potrei elencare tutti i casi in cui negli ultimi 28 anni sono state prese decisioni politiche che hanno avuto un costo di vite umane, perché non voglio abusare del vostro tempo e della vostra sensibilità. E nemmeno potrei ricordarmeli tutti. Ne voglio menzionare soltanto alcuni:
 
Nel 1963 l’allora presidente degli Stati Uniti Kennedy decise di inviare truppe nel Vietnam per prendere il posto dei francesi sconfitti e far la guerra fino al 1975 contro i vietnamiti che combattevano per la loro libertà, indipendenza e autodeterminazione. Questa decisione del presidente degli USA, che comportava una violazione eclatante dei diritti dell’uomo e del diritto internazionale, non ha mai ricevuto la minima critica da parte del governo della RFT. I presidenti degli USA Kennedy, Johnson e Nixon non sono mai stati portati davanti a un tribunale e il loro onore non ha subito la minima macchia, almeno non per quella guerra. E in questo caso nè i soldati americani ne quelli vietnamiti hanno potuto decidere liberamente se correre o meno il rischio di morire per una guerra ingiusta.
 
Nel 1981 l’Inghilterra fece intervenire le sue truppe contro l’Argentina per mantenere le isole Falkland come colonia per l’impero. La “lady di ferro” si assicurò in quel modo una vittoria elettorale e la sua immagine non ne fu minimamente offuscata, neanche dopo la fine delle sue fortune elettorali. Nessuno pensò di accusarla di omicidio.
 
Nel 1983 il presidente Reagan ordinò alle sue truppe di occupare Grenada. Non cè persona che goda di maggior rispetto in Germania di questo presidente americano. Evidentemente le vittime di questa impresa era giusto che fossero ammazzate.
 
Nel 1986 Reagan fece bombardare in un’azione punitiva le città di Tripoli e Bengasi, senza chiedersi se le sue bombe avrebbero colpito colpevoli o innocenti.
 
Nel 1989 il presidente Bush ordinò di portare via da Panama con la forza delle armi il generale Noriega. Migliaia di panamensi innocenti furono uccisi. Ma per il presidente americano ciò non ha comportato la minima macchia, figurarsi un’accusa di omicidio.
 
L’elenco potrebbe continuare a piacere. Anche solo menzionare la condotta inglese in Irlanda potrebbe sembrare ineducato.
 
Sugli effetti che le armi della Repubblica Federale Tedesca producono tra i Kurdi della Turchia o tra i neri del Sudafrica si pongono interrogativi retorici, ma nessuno fa la conta dei morti e nessuno chiama per nome i colpevoli.
 
Parlo solo di paesi che vengono considerati modelli di stato di diritto e ricordo solo alcune delle loro scelte politiche. Ognuno può agevolmente fare un confronto tra queste scelte e quella di erigere un muro al confine tra Patto di Varsavia e NATO.
 
Ma voi direte che non potete nè dovete decidere in merito alle azioni di altri paesi e che tutto questo non vi riguarda. Io non credo però che si possa dare un giudizio storico della RDT senza analizzare quel che è accaduto in altri paesi nel periodo in cui la RDT è esistita a motivo della contrapposizione tra i due blocchi. Credo anche che le azioni politiche possano essere giudicate soltanto nel loro contesto. Se voi chiudete gli occhi su quel che è successo nel mondo fuori dalla Germania dal 1961 al 1989 non potete pronunciare una sentenza giusta.
 
Ma anche se vi limitate alla Germania, mettendo a confronto le scelte politiche dei due Stati tedeschi, un bilancio onesto e obiettivo non può che andare a vantaggio della RDT. Chi nega al proprio popolo il diritto al lavoro o il diritto alla casa, come avviene nella RFT, mette in conto che molti si sentano negare il diritto all’esistenza e non vedano altra soluzione che togliersi la vita. La disoccupazione, la condizione dei senza tetto, l’abuso di droghe, i crimini per procurarsi la droga e la criminalità in genere sono frutto della scelta politica dell’economia di mercato. Anche scelte apparentemente cosi neutre dal punto di vista politico come i limiti di velocità sulle autostrade, sono il prodotto di un assetto statale in cui sono determinanti non i politici liberamente eletti ma i padroni che non sono stati eletti da nessuno. Se il dipartimento per i reati commessi nell’esercizio del potere presso la Corte suprema si curasse per una volta di questi aspetti, presto avrei nuovamente la possibilità di stringere la mano ai rappresentanti della Repubblica Federale Tedesca. Questa volta però a Moabit. Ma questo naturalmente non accadrà perchè alle vittime dell’economia di mercato era giusto che si togliesse la vita.
 
Non sono io la persona che possa fare un bilancio della storia della RDT. Il momento di farlo non è ancora venuto. Il bilancio sarà tratto in futuro e da altri.
 
Io ho speso la mia esistenza per la RDT. Dal maggio 1971 soprattutto ho avuto una responsabilità rilevante per la sua storia. Io sono perciò parte in causa e oltre a ciò indebolito per l’età e la malattia. E tuttavia, giunto alla fine della mia vita, ho la certezza che la RDT non è stata costituita invano. Essa ha rappresentato un segno che il socialismo è possibile e che è migliore del capitalismo. Si è trattato di un esperimento che è fallito. Ma per un esperimento fallito l’umanità non ha mai abbandonato la ricerca di nuove conoscenze e nuove vie. Bisognerà ora analizzare le ragioni per cui l’esperimento è fallito. Sicuramente ciò è accaduto anche perchè noi; voglio dire i responsabili in tutti i paesi socialisti europei; abbiamo commesso errori che potevano essere evitati. Sicuramente è fallito in Germania tra l’altro anche perchè i cittadini della RDT, come altri tedeschi prima di loro, hanno compiuto una scelta sbagliata e perché i nostri avversari erano ancora troppo potenti. Le esperienze storiche della RDT, insieme a quelle degli altri paesi ex socialisti, saranno utili a milioni di uomini nei paesi socialisti ancora esistenti e serviranno al mondo futuro. Chi si è impegnato con i! proprio lavoro e con la propria vita per la RDT non ha vissuto invano. Un numero sempre maggiore di persone dell’est si renderanno conto che le condizioni di vita della RDT li avevano deformati assai meno di quanto la gente dell’ovest non sia deformata dall’economia di mercato e che nei nidi, negli asili e nelle scuole i bambini della RDT crescevano più spensierati, più felici, più istruiti, più liberi dei bambini delle strade e delle piazze dominate dalla violenza della RFT. I malati si renderanno conto che nel sistema sanitario della RDT, nonostante le arretratezze tecniche, erano dei pazienti e non oggetti commerciali del marketing dei medici. Gli artisti comprenderanno che la censura, vera o presunta, della RDT non poteva recare all’arte i danni prodotti dalla censura del mercato. I cittadini constateranno che anche sommando la burocrazia della RDT e la caccia alle merci scarse non c’era bisogno che sacrificassero tutto il tempo libero che devono sacrificare ora alla burocrazia della RFT. Gli operai e i contadini si renderanno conto che la RFT è lo Stato degli imprenditori (cioè dei capitalisti) e che non a caso la RDT si chiamava Stato degli operai e dei contadini. Le donne daranno maggior valore, nella nuova situazione, alla parità e al diritto di decidere sul proprio corpo di cui godevano nella RDT.
 
Dopo aver conosciuto da vicino le leggi e il diritto della RFT molti diranno, con la signora Bohley, a cui i comunisti non piacciono: «Abbiamo chiesto giustizia. Ci hanno dato un altro Stato». Molti capiranno anche che la libertà di scegliere tra CDU/CSU, SPD e FDP è solo una libertà apparente. Si renderanno conto che nella vita di tutti i giorni, specialmente sul posto di lavoro, avevano assai più libertà nella RDT di quante ne abbiano ora. Infine la protezione e la sicurezza che la piccola RDT, così povera rispetto alla RFT, garantiva ai suoi cittadini non saranno più minimizzate come cose ovvie, perchè la realtà quotidiana del capitalismo si incaricherà adesso di far capire a tutti quanto fossero preziose.
 
Il bilancio della storia quarantennale della RDT è diverso da quello che ci viene presentato dai politici e dai mass media. Col passar del tempo questo sarà sempre più evidente.
 
Vorreste trasformare il processo contro di noi, membri del Consiglio Nazionale della Difesa della RDT, in un processo di Norimberga contro i comunisti. Ma questo tentativo è condannato al fallimento. Nella RDT non c’erano campi di concentramento, non c’erano camere a gas, sentenze politiche di morte, tribunali speciali, non c’erano Gestapo ne’ SS. La RDT non ha fatto guerre e non ha commesso crimini di guerra contro l’umanità. La RDT è stata un paese coerentemente antifascista che godeva di altissimo prestigio internazionale per il suo impegno in favore della pace.
 
Il processo contro di noi «pezzi grossi» della RDT deve servire di risposta a quanti dicono «se la prendono con i pesci piccoli, i grossi invece li lasciano scappare». La nostra condanna servirebbe dunque ad eliminare ogni ostacolo per poter perseguitare anche i «pesci piccoli». Finora comunque non è che si siano trattenuti più di tanto dal farlo.
 
II processo serve a costruire la base per bollare la RDT come Stato ingiusto e illegale. Uno Stato governato da «criminali» e «omicidi» del nostro calibro non può che essere illegale e ingiusto. Chi stava in stretto rapporto con questo Stato, chi ne era cittadino cosciente dei propri doveri deve essere marcato con il segno di Caino. Uno Stato contrario al diritto non può esser retto e governato che da «organizzazioni criminali» come il Ministero per la Sicurezza e la SED. Si invocano colpe e condanne collettive in luogo di responsabilità individuali perchè così si può mascherare la mancanza di prove dei crimini attribuiti. Ci sono pastori e parroci della RDT che vengono dati in pasto a una nuova inquisizione, una moderna caccia alle streghe. Milioni di persone vengono così emarginati e banditi dalla società. Molti si vedono ridurre fino all’estremo le possibilità di esistenza. Basta essere registrati come «collaboratori informali» per essere condannati alla morte civile. Il giornalista autore delle denuncie riceve elogi e laute ricompense. Delle sue vittime nessuno si cura. Il numero dei suicidi è un tabù. E tutto ciò ad opera di un governo che si vuole cristiano e liberale e con la tolleranza o addirittura l’appoggio di un’opposizione che non merita questo nome più di quanto meriti la qualifica «sociale». Il tutto con il marchio di qualità dello Stato di diritto che si sono autoattribuiti.
 
Questo processo rivela tutta la sua dimensione politica anche come processo agli antifascisti. Nel momento in cui la marmaglia neonazista impazza impunita per le strade e gli stranieri sono perseguitati e assassinati come a Mölln, ecco che lo stato di diritto mostra tutta la sua forza arrestando gli ebrei che protestano e perseguendo i comunisti. Per far questo non si lamentano carenze di funzionari e di fondi. Sono cose queste che abbiamo già visto in passato.
 
Questo processo, se ne vogliamo riassumere i contenuti politici, si pone in continuità con la guerra fredda e nega la nuova mentalità. Esso svela il vero carattere politico di questa Repubblica Federale. L’accusa, gli ordini di cattura e la sentenza del tribunale sull’ammissibilità dell’accusa portano l’impronta dello spirito della guerra fredda. Le sentenze si rifanno a precedenti del 1964. Da allora il mondo è cambiato, ma la giustizia tedesca imbastisce processi politici come al tempo di Guglielmo II. Ha superato ormai la momentanea «debolezza» politica liberale che l’aveva colpita dopo il 1968 e adesso ha recuperato la splendida forma anticomunista di un tempo.
 
Di noi si dice che siamo dei dinosauri incapaci di rinnovarci. Questo processo fa vedere dove stanno in realtà i dinosauri e chi è incapace di rinnovarsi. Verso l’esterno si fa mostra di grande flessibilità. A Gorbaciov viene attribuita la cittadinanza onoraria di Berlino e magnanimamente gli si perdona di aver elogiato i cosiddetti tiratori del muro iscrivendo il proprio nome nel loro registro d’onore. All’interno invece ci si mostra «duri come l’acciaio di Krupp» e il vecchio alleato di Gorbaciov viene messo sotto processo. Gorbaciov e io siamo stati entrambi esponenti del movimento comunista internazionale. E’ noto che su alcuni punti essenziali avevamo opinioni divergenti. In quella fase però io pensavo che gli elementi di divergenza fossero meno rilevanti di quello che avevamo in comune. Il cancelliere federale non mi ha paragonato a Goebbels, come ha fatto con altri, ne glielo avrei mai perdonato. Né per il cancelliere né per Gorbaciov il processo contro di me costituisce un ostacolo alla loro stretta amicizia. Anche questo è significativo.
 
Le mie considerazioni terminano qui. Fate dunque quello che non potete fare a meno di fare.

 

postato da cloubar alle ore 09:57 | Permalink | commenti / commenti (pop-up)
categoria:


lunedì, 09 novembre 2009

RITORNA RICERCABO

Dal 20 al 22 novembre si svolgera' a San Lazzaro di Savena la nuova edizione di Ricercabo, il laboratorio di nuove scritture ideato da Nanni Balestrini, Renato Barilli e Niva Lorenzini.

Mentre leggevo il comunicato stampa pensavo che fra i narratori della scorsa edizione solo uno non era riuscito a pubblicare il suo lavoro. Beh, qui ci vorrebbe una faccetta che sorride...
postato da cloubar alle ore 09:43 | Permalink | commenti / commenti (pop-up)
categoria:


mercoledì, 04 novembre 2009

DOVE FINISCE IL PASSATO

Oggi:
1 - Il governo iraniano organizza una dimostrazione antiamericana per il trentesimo anniversario del rapimento degli ostaggi all'ambasciata Usa subito dopo la rivoluzione di Komehini;

2 - La polizia spara contro i sostenitori di Moussavi che intervengono alla dimostrazione gridando lo slogan "morte ai dittatori";

3 - Il presidente americano si rivolge ai leader iraniani invitandoli a non restare fissi sul passato e aprire la strada a piu' opportunita', prosperita' e giustizia per il loro popolo.

Ieri:
1 - Nel 1979, con Bush a capo della Cia e Jimmy Carter presidente inviso ai potentati petrolifero-militari, Ahmadinejad e' il giovane comandante dei Pasdaran, i guardiani della rivoluzione islamica. E' lui a capeggiare il sequestro del personale dell'ambascaiata americana a Teheran.

2 - Le lobby che tramano per distruggere politicamente Carter trattano sottobanco con i pasdaran, e quindi con Ahmedinejad. L'obiettivo e' di far durare il sequestro almeno fino alle elezioni, in modo da favorire Ronald Reagan.

3 - Nel deserto iraniano muore un intero reparto dei Navy Seals, il fiore all'occhiello della macchina bellica statunitense, commandos inviati da Carter per liberare gli ostaggi con un blitz. Versione della Cia: tutti i loro elicotteri si sono scontrati a vicenda.

4 - Il 16 gennaio 1981 la Federal Reserve e la Banca d'Inghilterra, cioe' le banche centrali di Usa e Gran Bretagna, trasferiscono 7 milioni di dollari (5 tramite Chase Manhattan Bank e 2 tramite Citibank, entrambe controllate dalla famiglia Rockfeller) in un conto presso una banca iraniana a Teheran.

5 - Oltre ai dollari i Pasdaran ottengono anche armi, ed e' Israele a organizzare reperimento e consegna.

6 - Il 21 gennaio Ronald Reagan si insedia alla Casa Bianca e annuncia la liberazione degli ostaggi, aprendo la strada a piu' opportunita', prosperita' e giustizia per il suo popolo.





postato da cloubar alle ore 10:14 | Permalink | commenti / commenti (pop-up)
categoria:


lunedì, 02 novembre 2009

L'ORDINE DELLA FORZA. UNA RIFLESSIONE DI MARCO MANCASSOLA

Questo articolo di Marco Mancassola e' apparso su Il Manifesto del 29 ottobre. Condivisibile per larga parte, e' per me intollerabile sul ruolo delle forze dell'ordine e sulle improponibili persone degne che ne indossano la divisa.

La lista inizia ad allungarsi. Stefano Cucchi, 31 anni, arrestato per una piccola quantità di stupefacenti e morto dopo pochi giorni in circostanze oscure, con i segni di un pestaggio sul corpo, è stato seppellito lunedì. Il suo nome si aggiunge alla lista dei cittadini morti, negli ultimi anni, dopo essersi trovati a contatto con le forze dell’ordine italiane, fermati per qualche motivo o trasportati in carcere. Ricordiamo i casi documentati dai giornali: Federico Aldrovandi, 18 anni, morto quattro anni fa per soffocamento e con il corpo pieno di lividi, dopo essere stato fermato da due volanti in un vicolo di Ferrara; Riccardo Rasman, 34 anni, disabile psichico, morto per le stesse cause dopo che la polizia irrompe nella sua casa in ragione, sembra, di un paio di petardi lanciati dal terrazzo; Aldo Bianzino, falegname pacifista residente presso Perugia, arrestato per il possesso di qualche pianta di marijuana e morto misteriosamente durante la prima notte di detenzione; Giuseppe Turrisi, il senzatetto picchiato a morte, secondo le indagini, da agenti della polizia ferroviaria a Milano. Di altri casi sospetti, non abbastanza documentati, riguardanti cittadini italiani o stranieri, si sono lette notizie sporadiche. Senza contare le vicende molto discusse, maturate in circostanze diverse ma non per questo meno inquietanti, di Carlo Giuliani e del tifoso Gabriele Sandri.

Alcuni erano ragazzi. Alcuni avevano forse commesso uno sbaglio. Questo non giustifica la fine che hanno fatto né la fatica assurda, disumana, affrontata da famiglie e amici per ottenere la verità. L’opinione pubblica è rimasta spesso indifferente. Morti del genere provocano disagio. La gente preferisce distogliere gli occhi: troppo imbarazzante ammettere che le persone pagate per difenderci finiscano talvolta, magari, per massacrare i nostri figli o i nostri amici.


Non si tratta qui di mettere in discussione il ruolo delle forze dell’ordine. Tutti conosciamo persone degne che indossano la divisa, uomini e donne che svolgono un lavoro non facile. Abbiamo visto molti di loro manifestare, proprio in questi giorni, per il giusto riconoscimento della loro dignità professionale. Ma neppure possiamo ridurre il problema della violenza, come spesso si tenta, alla retorica minimizzante delle ‘poche mele marce’. In primo luogo, inizia a nascere il sospetto che non siano poi così poche; in secondo luogo, viene da chiedersi in quale clima, in quale speranza di impunità, in quale cultura politica queste mele marciscano.

Sappiamo che la degenerazione democratica di un paese non è una cosa astratta. Nasce nelle ovattate stanze del potere ma si traduce in vita concreta, ricade a cascata in mezzo a tutti noi, prende corpo nelle strade e nei rapporti tra persone. Impossibile pensare che le contraddizioni e le tensioni di un paese in crisi non si riflettano nelle sue forze dell’ordine, che della convivenza civile in quel paese dovrebbero essere garanzia. Esse sono come un rene sensibile che assorbe le scorie, tutti i veleni di un organismo in difficoltà.

Ogni volta che un poliziotto picchia un ragazzo fermato perché aveva qualche grammo di fumo in tasca, o magari alza il manganello su un manifestante inerme, sta creando uno strappo. La società dei diritti è uno schermo eretto a proteggerci. Ma questo schermo è sempre più a brandelli e ciò che si vede, dietro, è un vuoto spaventoso. Il famoso “fascio soft” in cui molti italiani ritengono di vivere oggi, illiberale ma non certo sanguinario, rischia di rivelarsi non così “soft” quando per ogni minimo motivo, o anche senza motivo, si rischia di incontrare il manganello di un poliziotto.

Ora, sono passati più di otto anni da quando vari di noi hanno assaggiato il gusto acre del gas tossico CS e sono stati inseguiti da frotte di poliziotti sovraeccitati lungo i vicoli di Genova. La macelleria genovese del 2001, madre di tutti i soprusi polizieschi, non ha mai avuto una seria rielaborazione da parte di questo paese. Eppure, a prescindere dalle opinioni politiche, ogni cittadino dovrebbe sentirsi turbato dall’idea di quegli avvenimenti. La maggior parte dei ragazzi pesantemente pestati alla Diaz o di quelli sequestrati e torturati a Bolzaneto non avevano a che fare con alcun atto di vandalismo. La violenza degli agenti fu gratuita e per questo ancora più radicale. E per chi a tutt’oggi si ostina a difendere gli agenti coinvolti, viene da pensare ci sia una sola plausibile giustificazione: il desiderio nascosto, o forse neppure nascosto, di essere stato al posto di quei poliziotti, libero di menare allegramente le mani.

Non pesa solo l’eredità della Legge Reale. Sembra esserci in questo paese un rinnovato desiderio di violenza. C’è chi aspetta di vedere all’opera la mano meno democratica della polizia. C’è chi giustifica le mele marce e contribuisce così al diffondersi della malattia. Ma la gente normale, quella che rifiuta la violenza, quella che desidera sentirsi rassicurata e non impaurita quando vede una divisa: questa gente, cosa può fare?
postato da cloubar alle ore 11:03 | Permalink | commenti / commenti (pop-up)
categoria:


mercoledì, 28 ottobre 2009

LU DONATORE

Una volta recitai nell'Otello di Shakespeare. Successe nell'autunno del 2003, forse 2004. Il regista aveva cercato a lungo qualcuno che potesse interpretare la parte di Iago con la dovuta cattiveria. Suppongo non ci fosse in giro di meglio.

L'Otello che dovevo far ingelosire rispondeva al nome di Pier Paolo Piccioni, in arte Peto', insomma questo tipo qui. Nella sua vita ne ha combinate tante, l'ultima me l'ha spedita ieri, un video girato per l'Avis di Ascoli.

La canzone si chiama Lu donatore. E' in dialetto ascolano, ma e' sottotitolata per gli italiani. E' un incitamento a donare sangue, a non nascondersi dietro il ''da fare'', il ''non lo posso fare''. Un messaggio che condivido, anche se l'avrei preferito in versione punk hardcore.
postato da cloubar alle ore 15:10 | Permalink | commenti (4) / commenti (4) (pop-up)
categoria:


lunedì, 26 ottobre 2009

DESTRA E SINISTRA


Secoli fa la differenza tra destra e sinistra verteva su valori e visioni del mondo contrapposte, e si misurava su temi fondamentali come il razzismo, i diritti umani e sociali, il lavoro, la democrazia, ecc.

Poi la differenza si assottigliò, fino ad arrivare al polverone di parole di Fini e Tremonti che confusero irrimediabilmente lo scenario politico.

Ma per fortuna la differenza tra destra e sinistra fu reintrodotta, e stavolta va alla radice dell’essere umano: se la preferenza del politico va al trans, allora egli è di sinistra, se invece va alla escort, allora è di destra.

Tuttavia, un altro grande interrogativo resta in sospeso a questo proposito, ma sono ottimisticamente convinto che i nostri uomini politici lo risolveranno presto: la striscia di coca è di destra o di sinistra?

Roberto Bugliani
postato da cloubar alle ore 10:26 | Permalink | commenti (1) / commenti (1) (pop-up)
categoria:


venerdì, 16 ottobre 2009

QUALCHE LETTURA

In queste ultime due settimane ho dedicato un po' del mio tempo alla lettura.

Il primo libro che ho preso fra le mani e' stato Le Benevole di Johnatan Littel. La trama la conoscete. Un certo Maximilian Aue dirige sotto falso nome una fabbrica di merletti nel nord della Francia. Svolge bene il suo lavoro, e' un uomo preciso ed efficiente. Preciso ed efficiente, del resto, lo era stato anche negli anni del nazismo, quando fra il 1937 e il 1945 aveva fatto carriera in Germania, contribuendo al genocidio di ebrei, zingari e comunisti. Non vuole giustificarsi di niente, e' dell'opinione che abbia fatto il suo lavoro e basta.

Dice: "cio' che ho fatto, l'ho fatto con piena cognizione di causa, pensando che si trattasse del mio dovere e che dovesse essere fatto, per quanto sgradevole e increscioso fosse. La guerra totale e' anche questo: il civile non esiste piu', e tra il bambino ebreo gasato o fucilato e il bambino tedesco morto sotto le bombe incendiarie c'e' soltanto una differenza di strumenti; quelle due morti erano altrettanto inutili, nessuna delle due ha abbreviato la guerra, neppure di un secondo; ma in entrambi i casi l'uomo o gli uomini che li hanno uccisi credevano che fosse giusto e necessario; se hanno avuto torto, a chi dare la colpa?"

Un punto di vista un po' cinico, apparentemente lucido, sennonche' manca completamente del nesso fra causa ed effetto. Dire infatti che tutti, in una certa situazione, ci saremmo comportati come Maximilian Aue , e' falso. Ed e' soprattutto offensivo verso quanti hanno sacrificato la propria vita per dire no. Ok, facciamola facile. Cio' che distingue gli uomini in buoni e cattivi e' il senso di responsabilita', e' il riuscire a prendere su di se', tutta intera, la conseguenza dell'atto. E' il sapersi tirare indietro anche a costo della vita. Questo aspetto e' completamente tralasciato da Littel. Nel libro non c'e'.

Resta la scrittura, il valore letterario dell'opera. Ma anche qui siamo seri. Le Benevole e' una cagata pazzesca. Alcune buone pagine non si negano nemmeno a me, figurarsi a Littel. Ma in generale regna sovrano sul libro il grottesco inconsapevole. Alcuni esempi? Esilaranti fino alle lacrime le diatribe fra ufficiali tedeschi, intere giornate passate intorno a un tavolo per decidere se i componenti di una sconosciuta e sparuta tribu' caucasica debbano considerarsi ebrei o meno, e cosi' certe interminabili discussioni sulle razioni alimentari da attribuirsi ai prigionieri nei campi di lavoro. Per non parlare delle ultime 150 pagine che sembrano scritte da un ragazzetto in astinenza da videogames.

Di tutt'altro spessore, invece, Gli scomparsi di Daniel Mendelsohn. E' la storia di un viaggio, cinque anni intorno al mondo per cercare di rispondere a una domanda che l'autore si era posto ancora bambino: cosa e'davvero accaduto allo zio Shmiel, a sua moglie e alle sue quattro figlie durante l'Olocausto? E' davvero, questa, un'opera innovativa, che accosta biografia e reportage, e che per essere potente non ha bisogno di far trapelare fra le sue pagine l'odio per i carnefici. E siccome il bello ha bisogno di poche parole non aggiungo altro. Leggetelo.
postato da cloubar alle ore 13:49 | Permalink | commenti / commenti (pop-up)
categoria:


lunedì, 05 ottobre 2009

TERRABUSI-KRAFT: REPRESSIONE

Nello stabilimento di Kraft Foods Argentina Sa (ex-Terrabusi), situato a 35 km da Buenos Aires (Capitale Federale) in località General Pacheco, lavoravano circa 3600 operai (in maggioranza operaie).

Il 3 luglio 2009, in piena emergenza sanitaria nazionale per l'influenza suina (H1N1), i lavoratori, attraverso i propri delegati sindacali, chiesero all'azienda misure di igiene preventiva (disinfestazione della fabbrica in seguito a numerosi casi di influenza). L'azienda rispose chiudendo l'asilo aziendale, senza al contempo dare permessi retribuiti ai genitori che non sapevano a chi affidare i propri figli. Inoltre non vennero rispettate le disposizioni del Ministero del Lavoro che, dopo il tavolo di conciliazione obbligatoria, imponevano all'azienda di concedere permessi di malattia alle persone con problemi respiratori e di pagare alle mamme i giorni di licenza.

 

Il giorno seguente alla scadenza dei termini della conciliazione obbligatoria, vennero licenziate 162 persone, con il chiaro intento da parte dell'azienda di liberarsi dei soggetti più sindacalizzati per iniziare una ristrutturazione aziendale che prevedeva tra l'altro il passaggio dei turni da otto a dodici ore di lavoro al giorno e la chiusura dell'asilo e della mensa aziendale. Per protesta gli operai licenziati occuparono una parte della fabbrica e la produzione si fermo' grazie anche all'appoggio dei lavoratori che avevano mantenuto il posto di lavoro. Il sindacato CGT (l'unico sindacato riconosciuto ufficialmente dal governo nazionale) si schiero' contro le rivendicazioni operaie sostenendo che “il conflitto era ideologizzato” (Hugo Moyano, segretario general CGT).


L'occupazione della fabbrica ando' avanti per quaranta giorni, ma l'impresa non volle negoziare in nessun modo la riassunzione dei licenziati, che ricevevano invece la solidarietà di intellettuali, studenti e altri operai (tra cui quelli della ex Zanon, ora Fa.Sin.Pat.).


Il 25 settembre 2009, per ordine del giudice Ricardo Costa, la fabbrica venne sgomberata dalla polizia con l'utilizzo di cani, cavalli e proiettili di gomma; il bilancio fu di dodici feriti e 70 arrestati. La fabbrica si trasformo' in un commissariato di polizia, nel quale gli operai vennero trattenuti per diverse ore e in cui non fu permesso l'ingresso ai loro avvocati.

 

Testimonianze video della repressione qui e qui.

 

Le compagne e i compagni di Kraft-Terrabusi hanno pensato che magari alla Kraft Foods Company non farà piacere ricevere da varie parti del mondo una mail come questa. Pertanto vi chiedono di copiare il testo seguente (versione inglese) su una nuova mail, mettere come oggetto "Solidarity with Kraft-Terrabusi workers", firmarlo con nome cognome e paese di provenienza e inviarlo a: consumers@kraft.com <mailto:consumers@kraft.com>

 

To: Kraft Foods Company
Dear Sirs,
By this I would like to inform you that I am aware of the events
occurring at your local site Kraft-Terrabusi (3200 Harry Ford, General
Pacheco, Buenos Aires, Argentine Republic).
I am outraged by the anti-union and non-democratic practices
undertaken by the management of your Company. I hereby inform you that
I will be actively undertaking the following actions:
1) monitoring of the enforcement of union rights at yout local site;
2) boycotting your products until the conflict at the ex-Terrabusi
site will be settled in agreement with the decisions of the delegate
Assembly, which has been rightfully elected by the workers before July
2009;
3) making information on your labor practices available to the largest
public possible.
                                             Yours sincerely,



traduzione:
Comunico che sono a conoscenza di quello che sta succedendo presso il vostro stabilimento Kraft-Terrabusi sito in Harry Ford 3200, General Pacheco, Provincia di Buenos Aires, Repubblica Argentina.
Sono indignata/o per la condotta antisindacale e antidemocratica della vostra azienda, pertanto mi impegnerò attivamente a:
Monitorare il rispetto dei diritti sindacali all’interno dei vostri stabilimenti;
Boicottare i vostri prodotti fintanto che il conflitto della exTerrabusi non sarà risolto secondo quanto richiesto dall’assemblea dei delegati legíttimamente eletta dai lavoratori e dalle lavoratrici del medesimo stabilimento prima del luglio 2009;
Diffondere quanto più possibile informazioni sul vostro operato all’interno dei vostri stabilimenti.

 

postato da cloubar alle ore 13:30 | Permalink | commenti (5) / commenti (5) (pop-up)
categoria:


mercoledì, 30 settembre 2009

SENZAPATRIA

Nasce Senzapatria. E' una casa editrice. E' la mia.

Sono interessato a leggere manoscritti inediti a scopo pubblicazione.

Leggero' il materiale nell'ordine di arrivo e daro' risposta tramite email (a tutti) entro sei mesi dall'invio.

L'indirizzo a cui spedire il materiale e' questo: carlocannella@gmail.com.

E' tutto.

postato da cloubar alle ore 10:30 | Permalink | commenti (5) / commenti (5) (pop-up)
categoria: